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Basilica Santuario della Madonna del Colle



16
Ott
2020

SPIGOLANDO INTORNO ALLA DICHIARAZIONE NOSTRA AETATE



SPIGOLANDO INTORNO ALLA DICHIARAZIONE NOSTRA AETATE

Ho scoperto da poco questa opera che  David Olère, un artista ebreo sopravvissuto ad Aschwitz, eseguì nel 1946. Conoscevo altre cose di questo pittore, ma quando ho visto questa, mi ha dato da pensare, mi ha fatto riflettere sul suo carattere profetico. Quando l’arte è vera è profezia e precede e anticipa la teologia. I Padri conciliari hanno scritto con l’inchiostro la Dichiarazione Nostra Aetate approvata il 28 ottobre 1965, e forse non ancora recepita, ahimé! Contemplando questa icona di David Olère, mi sono convinto che il paragrafo quarto di Nostra Aetate è stato scritto con il sangue del comune martirio ebraico-cristiano nell’inferno di Auschwitz, come dimostra questa opera profetica.

Il paragrafo quarto della Dichiarazione conciliare Nostra aetate ha una lunga storia e un laborioso e logorante travaglio, nasce da un incontro, dall’incontro di tre grandi vecchi: Giovanni XXIII,  Jules Isaac e il cardinale Agostino Bea.

Con queste brevi note vorrei semplicemente fare memoria, a cinquantacinque anni dalla promulgazione della Dichiarazione conciliare, non uno studio critico che lascio ad altri.

Era la mattina del 13 giugno del 1960, l’anziano professor Jules Isaac, autore del libro Gesù e Israele, la cui famiglia era stata barbaramente sterminata nella Shoà, faceva il suo ingresso in Vaticano per essere ricevuto in udienza da papa Giovanni XXIII. Jules Isaac portava, con il dolore profondo dei secoli, il dramma sconfinato provocato dall’incomprensione e dall’odio; si percepiva il lui l’icona del salmista che sale a Gerusalemme con un canto di lamento: “Dalla giovinezza mi hanno perseguitato,/lo dica Israele,/dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato,/ ma non hanno prevalso./Sul mio dorso hanno arato gli aratori, / hanno fatto lunghi solchi”. (Salmo 129, 1-3)

Jules Isaac era portatore di un messaggio: esortava “i veri cristiani ed anche i veri israeliti” a uno sforzo di rinnovamento, di purificazione…, ad un severo esame di coscienza contro il “mito del deicidio” che aveva generato il “mito del castigo e della maledizione”, contro il secolare “insegnamento del disprezzo” da parte cristiana, che aveva provocato il martirio ebraico.

Durante la conversazione con il Pontefice, Jules Isaac si fa più audace e presenta la sua proposta: “Presento allora la mia nota conclusiva e il suggerimento di creare una sottocommissione incaricata di studiare il problema”. Il Papa reagisce immediatamente: “Ci ho pensato fin dall’inizio della conversazione”. Terminata l’udienza, Jules Isaac così si accomiata. “Esprimo la mia gratitudine per l’accoglienza ricevuta, e chiedo se posso portar via con me qualche briciola di speranza”. Il Papa, che per tutta l’udienza aveva dato segni di comprensione e di simpatia, esclama: “Lei ha diritto a più di una speranza”. 

“Lei ha diritto a più di una speranza”. Comincia così sotto il segno di una speranza operosa la genesi della Dichiarazione, che vedrà come protagonista un uomo dalla visione e dalla tempra dei  profeti, il cardinal Agostino Bea, che riuscirà a portare in porto,superando tempeste e sfide di ogni genere, la nave. 

Il 28 ottobre 1965 il papa Paolo VI promulgava la Dichiarazione.

Il paragrafo 4, assai diverso dagli altri paragrafi nei toni e nell’estensione, ha una rilevanza particolare nell’intera Dichiarazione Nostra Aetate. Certamente, se oggi un Concilio dovesse affrontare il tema della relazione della Chiesa cattolica con Israele, non lo inserirebbe in un documento dal titolo: “Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”.

Il mistero d’Israele è lo specchio nel quale la Chiesa riflette se stessa, la propria identità misterica; questo si scopre leggendo e meditando le prime parole che  aprono il paragrafo 4. Quel che segue è pura conseguenza di questa proclamata autocoscienza della Chiesa.

L’intuizione di Michel Remaud mi sembra colga l’intero spirito del documento:“L’ebraismo non è anteriore a Gesù, gli è interiore”.

Non possiamo non mettere in evidenza alcuni elementi fondamentali che caratterizzano questo

paragrafo  quarto: “La religione ebraica”.

Primo elemento: dopo due millenni di insegnamento del disprezzo da parte della Chiesa  verso gli ebrei, dopo due millenni caratterizzati dal linguaggio e dal contenuto Contra Judaeos, il Concilio Ecumenico Vaticano II cambia totalmente rotta, e per la prima volta scrive una pagina sugli ebrei usando il linguaggio Pro Judaeis. Sì, nella Chiesa cattolica, nella sua istituzione più alta e solenne si ode la parola assente da duemila anni: pro Judaeis loquamur! E che parole fu dato udire in quell’assise! Pro Judaeis!  Ci sembra di sentire il grido di Bonhoeffer, l’eroico pastore luterano e teologo della Chiesa Confessante, che in piena persecuzione nazista, dal pulpito della sua chiesa accoratamente gridava: “Il cristiano non può cantare il gregoriano se non grida Pro Judaeis!”. Bonhoeffer morirà impiccato nel campo di sterminio di Flossemburg.

Un altro elemento altrettanto significativo della novità  del quarto paragrafo è l’assoluta assenza di note e riferimenti a documenti magisteriali.Per forza, non esisteva nessun documento magisteriale positivo pro Judaeis, e questa sottolineatura è essenziale per comprendere la portata storicadi questo documento. L’ assenza  non è marginale, è un silenzio eloquente!

Un altro elemento importante, se richiamiamo il problema spinoso dell’ermeneutica del Concilio: ermeneutica della rottura con la tradizione del passato o ermeneutica della continuità nella riforma? Certamente il nostro paragrafo quarto è nell’ermeneutica della rottura più totale: di contenuto e di linguaggio.

Un altro problema di non secondaria importanza è l’assenza di un linguaggio pro Judaeis; i Padri nella loro stragrande maggioranza non possedevano l’alfabeto per parlarepro Judaeis, provenivano da una teologia di scuola che aveva da due millenni parlato solo e sempre secondo la categoria del contra Judaeos,nell’apologetica, nella ecclesiologia, nell’esegesi biblica, per non parlare della liturgia e dell’omiletica!Tutti  ricordiamola preghiera del venerdì santo: Oremus et pro perfidis Judaeis!

Un altro aspetto importante, che è la spia di un clima di disagio non da poco all’interno del Concilio, è che nel testo sugli ebrei non viene mai usato il nome Israele per indicare gli ebrei o l’ebraismo. I padri e i patriarchi delle chiese provenienti dai paesi arabi vivevano nel terrore e nel ricatto. Nominare Israele avrebbe potuto avere sotteso un significato politico, e quindi temevano possibili ricatti per le loro chiese. Questo capitolo quarto è un unicum nella storia del magistero della Chiesa cattolica, la prima voce che rivela una nuova coscienza, una vera teshuvà, una vera conversione, un cambiamento radicale di mentalità.

È per questo che il quartoparagrafo è stato definito la fine tragica di due millenni di storia di sofferenze e di tragedie e una pietra miliareche segna un evento foriero di una nuova storia. È la genesi di una nuova era, è il Bereshit, l’incipit gravido del nuovo. Nella solenne assise conciliare i Padri vivevano, quasi come un brividoche attraversava le loro vite, le parole del profeta Isaia: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (43,19).

Non possiamo sottacere che la maggior parte dei Padri conciliari, specialmente europei, proveniva dalla grande tribolazione, avevano vissuto il mysterium iniquitatis, la Shoà, l’inferno di Auschwitz, evento che aveva avuto come teatro il cuore stesso della civiltà europea, il cuore stesso della la civiltà cristiana.La terra nella quale si consumò il più tragico degli abomini era una terra cristiana, fecondata dal secolare antigiudaismo di matrice cristiana.

Quei Padri conciliari avevano negli occhi e nella loro coscienza lacerata di pastori questa immane tragedia: erano coscienti che le parole pro Judaeis erano germinate nei campi di sterminio, e ben lo sapeva papa Giovanni XXIII.

Ne era ben cosciente un giovane vescovo, Karol Wojtyla di Cracovia, che lungo il suo pontificatoavrebbe dichiarato che “la Chiesa non teme la verità che emerge dalla storia ed è pronta a riconoscere gli errori e ciò soprattutto quando si tratta del rispetto dovuto alle persone e alle comunità”.Se Papa Giovanni era stato, come il Battista, il profeta che aveva preparato la strada dell’era nuova abbassando le montagne e bonificando le paludi, papa Montini era stato il timoniere, Papa Wojtyla sarebbe stato colui che avrebbe frantumato le mura ciclopiche di separazione con i suoi gesti profetici e con le sue parole ispirate. Parole che hanno costruito la grammatica del dialogo ebraico-cristiano.

Misterium Ecclesiae perscrutans, Sacra haec Synodus meminit vinculi, quo popolus Novi Testamenti cum stirpe Abrae spiritualiter coniunctus est.

“Scrutando il mistero della Chiesa, questo sacro Concilio fa memoria del vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo”.

A nessuno possono sfuggire queste brevissime parole che formano l’incipit del capitolo sugli ebrei: parole che rampollano  da una profonda meditazione, frutto di una intuizione spirituale, parole che scaturiscono dall’ascolto di una voce di silenzio sottile, mormorio di brezza leggera, come nell’esperienza di Elia sull’Oreb, intuizione del mistero di Dio, che scaturisce nell’adorazione del mistero della Presenza divina.

L’ispiratore di queste parole dell’incipit fu il cardinale Giacomo Lercaro e del suo perito don Giuseppe Dossetti.L’intervento del cardinal Lercaro vuole ricordare all’assise conciliare che non si può parlare del mistero della chiesa senza fare memoria del vincolo strettissimo e vitale con il mistero d’Israele. Insiste Lercaro , con quell’azzardo tipico degli uomini che sanno guardare in profondità,pienamente cosciente che da questo preambolo  non si potrà fare ecclesiologia senza Israele. Detto più chiaramente: la Chiesa guarda agli ebrei non per motivi estrinseci ma per esporre il mistero stesso della Chiesa, per comprendere la sua struttura identitaria.

“Scrutando il mistero della Chiesa…” Il Concilio non ha detto: “Esaminando il mistero della chiesa”, e meno ancora: “Studiando il mistero della Chiesa”. Con felice e assai significativa espressione, il Concilio ha adoperato la parola “scrutare”, poiché un mistero non si espone, non si studia, non si esplica. Lo si scruta nella meditazione e nella preghiera per riconoscerlo nella fede.

Scrutando il mistero della Chiesa, il cristiano incontra dunque il mistero d’Israele, il popolo ebraico nell’amore del Cristo per il suo popolo, che l’ebreo Paolo ha condiviso, come ha scritto in maniera indimenticabile e, tuttavia spesso dimenticata, nella lettera ai Romani (cfr.9-11).

Il mistero d’Israele non è più guardato dall’esterno, ma dall’interno della stessa struttura misterica della Chiesa. L’intuizione di Lercaro farà dire un giorno al cardinal Martini, nostro padre e maestro: “La Chiesa, ciascuno di noi, le nostre comunità non possono capirsi se non in relazione alle radici sante della nostra fede e quindi al significato del popolo ebraico nella storia, alla sua missione e alla sua chiamata permanente”.

La densità teologica ed ecclesiologica di queste misurate e profonde parole dell’incipit sugli ebrei tento di tradurle con una metafora legata ad un midrash  su Abramo: Abramo, stabilitosi a Bersheva, cittadina ai limiti del deserto, piantò una vigna e costruì una tenda con quattro aperture, secondo i quattro punti cardinali, di modo che ogni viandante, da qualunque punto arrivasse, potesse entrare come ospite nella grande tenda di Abramo, nostro padre nella fede.

La Chiesa rientrava dopo duemila anni nella tenda paterna, la Chiesa prendeva coscienza di essere ospite nella tenda del progenitore. Infatti non è casuale che nell’incipit si sottolineano gli strettissimi vincoli con “la stirpe di Abramo”.

In questa tenda ospitale il 13 aprile dell’anno 1986 il rabbino Elio Toaff, il suo ricordo sia in benedizione, accoglieva, nella persona del pontefice Giovanni Paolo II, il rabbi Yehoshua di Nazaret, l’ebreo figlio d’Israele, dopo duemila anni. Gesto ed evento diventati pietra miliare per chi vuole proseguire nel cammino del dialogo  con i fratelli ritrovati, maggiori e prediletti.

 

In memoria della deportazione degli ebrei di Roma 1943

Prof. Nazareno Pandozi

 


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