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Basilica Santuario della Madonna del Colle



26
Mar
2021

LA DIVINA COMMEDIA CATTEDRALE DI LUCE



LA DIVINA COMMEDIA CATTEDRALE DI LUCE

 


 Vogliamo dedicare queste note  al Servo di Dio Gabriel Matttei, il fondatore di questo tempio, il quale la sera del 14 settembre del 1602, festa dell’Esaltazione della santa Croce e giorno della memoria della morte di Dante, tormentato da un’insana passione, progettava un feroce delitto. Trascinato da Satana sull’orlo dell’abisso infernale, invocava Maria. E Maria, la stella luminosa del mattino, vinceva l’oscurità che ottenebrava l’anima di quel giovane. “Non temere, figlio, sali questo Colle e troverai la mia immagine ricoperta dai rovi e mi edificherai un tempio e lo dedicherai a me, e da questo Colle io effonderò le mie grazie e le mie benedizioni”. Il ricordo del Giusto sia in benedizione!

Mentre fervono idee e progetti per celebrare e onorare degnamente il settimo centenario della morte di Dante Alighieri (1321-2021) sia in Italia sia nel resto del mondo, la nostra memoria non può non andare a rivisitare un evento straordinario  vissuto nella nostra Basilica-Santuario della Madonna del Colle di Lenola.

Quattordici anni or sono, nella vigilia della festa dell’Assunzione di Maria al cielo, nelle volte della nostra Basilica risuonavano per la prima volta le dolci note che Dante, nella Divina Commedia, aveva dedicato a Maria, “il nome del fior ch’io sempre invoco/e mane e sera”.

Questo stringersi intorno al sommo poeta, cantore di Maria, voleva essere un momento di preghiera vigiliare per entrare nel mistero di Colei, la cui “faccia a Cristo/più si somiglia, ché la sua chiarezza/sola ti può disporre a veder Cristo”.

 Ci si rese conto che quella esperienza vissuta così intensamente non poteva rimanere un fatto isolato, seppur straordinario; si ebbe la netta coscienza di una grande riscoperta: la Divina Commedia una grande cattedrale di luce, nata dalla fede di un poeta, che interpretava l’anima di un popolo e lo spirito di un’epoca, il luminoso Medioevo.

Il seme gettato nel terreno della comunità non poteva andare perduto. Il parroco e rettore del Santuario, sull’antica intuizione di Giovanni Boccaccio, e ancor più, affascinato dall’insegnamento di san Paolo VI, il gigante dell’umanesimo cristiano e raffinato cultore di Dante, con rara sensibilità pastorale intuiva che il divino poema è “scuola di preghiera” e Dante, “maestro di preghiera”, lui il dolce cantore, arpa vivente e vibrante di Maria, per annunciare la vita buona dell’Evangelo, attraverso la via pulchritudinis, la via della Bellezza.

Il nostro Santuario diventava così un grembo fecondo dove quel seme, una volta germogliato,  sarebbe cresciuto fino a produrre buoni frutti. La lectura Dantis presso il nostro Santuario è diventata un momento atteso nel mese di agosto, ed è andata sempre più perfezionandosi e arricchendosi dell’esperienza di nuovi protagonisti e di rinnovate energie.

La lectura Dantis, che il Santuario ha proposto in questi quattordici anni, è nata dal bisogno di riscoprire le radici cristiane della nostra civiltà, e fare memoria, attraverso la Divina Commedia, ci ricorda che il passato respira con noi, e, se imbalsamato e mummificato, rischiamo non solo la perdita del nostro presente, ma soprattutto del nostro futuro. Perché il nostro passato è la grande finestra spalancata sul nostro futuro!

Credenti o agnostici, infatti, non possiamo ignorare che la nostra cultura è intrisa di cristianesimo, al punto che il grande Goethe non esitava ad affermare che “la lingua dell’Europa è il cristianesimo”, mentre il filosofo Kant arrivava a dichiarare: “Il Vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra civiltà”.

Papa Benedetto XV, esattamente cento anni fa, nel sesto centenario della morte di Dante, primo pontefice nella storia, rendeva omaggio al sommo poeta dedicandogli un documento solenne, addirittura un’enciclica, In praeclara summorum, nella quale definiva la Divina Commedia, Quinto Vangelo, quasi a sottolinearne il valore ispirativo e definiva la fede “promotrice delle belle arti” (fautricem bonarum artium).

Nell’attesa che venga messo a punto l’intero programma delle celebrazioni che si terranno nel nostro Santuario nel mese di agosto, con le note che seguono vogliamo tentare di sottolineare un aspetto che ci sta molto a cuore, e non potrebbe essere altrimenti, dal momento che tutto è incominciato in questa casa di Maria, un aspetto non sempre messo in evidenza nella vulgata della lectura Dantis sia quella proposta nella scuola sia  quella rivolta ad un pubblico più ampio: la Divina Commedia come poema mariano.

Parafrasando una risonanza di San Bonaventura da Bagnoregio, potremmo definire la Divina Commedia come “itinerarium hominis Dantis in Deum per Mariam” (itinerario dell’uomo Dante verso la visione di Dio per mezzo di Maria).

Molto poco conosciamo della devozione di Dante verso la Madre di Cristo, ma sappiamo da lui stesso che l’invocazione a lei incorniciava e illuminava ogni sua giornata, al sorgere del sole e al suo tramonto. “Maria, il nome del bel fior ch’io sempre invoco/e mane e sera”.

Non si leggono senza una profonda commozione i celebri versi che aprono il canto VIII del Purgatorio, quando le prime ombre annunciano la sera all’esule poeta ingiustamente bandito dalla sua Firenze. “Era già l’ora che volge il disio/ai navicanti e intenerisce il core/lo dì c’han detto ai dolci amici addio;/e che lo novo peregrin d’amore/punge, se ode squilla di lontano/che paia il giorno pianger che si muore”

Il suono della campana dell’Ave Maria riempie l’animo di intensa e struggente nostalgia dell’esule, che ripensa agli affetti lontani, ai dolci amici, al calore della casa,  alla mensa apparecchiata, all’intimità familiare. All’apparire delle prime stelle, il cuore del poeta si scioglie nel ricordo e nella preghiera: Ave Maria!

Non saremo lontani dal vero se oseremo affermare che l’intera esistenza dell’uomo Dante viene vissuta sotto il segno e lo sguardo di Maria. L’albero genealogico degli Alighieri affonda le proprie radici nella grazia e nella benevolenza della Vergine Maria, confessa l’antenato Cacciaguida quando incontra, nel cielo di Marte, Dante, suo discendente: “Maria mi diè, chiamata in alte grida”, a voler sottolineare la protezione di Maria devotamente invocata dalla madre mentre lo metteva al mondo nei dolori del parto.

La prima volta che il nome di Maria compare sotto la penna di Dante è nell’opera giovanile la Vita Nova, che possiamo definire, a ragione, come storia di un’anima, un itinerario verso una vita rinnovata dall’amore di Beatrice, la donna gentile, l’angelica figura venuta dal cielo a mostrare le meraviglie di Dio: “E par che sia una cosa  venuta/da cielo in terra a miracol mostrare”.

Beatrice, la donna stilnovistica, il cui nome significa generatrice di beatitudine, diviene mediazione di salvezza per il poeta, come la Vergine Maria che ha donato Cristo, fonte di salvezza: Maria è la prima donna stilnovistica e trasfonde in ogni vera donna il proprio fascino salvifico. Dante, sia pure con le dovute differenze, usa il medesimo linguaggio, le medesime categorie per la Vergine Maria  e per Beatrice.

Per Dante il fascino salvifico di Beatrice e di ogni vera donna promana da due fonti: dalla Trinità e da Maria Vergine, come potremo vedere più avanti, quando parleremo delle tre donne benedette che in cielo si prendono cura del poeta smarrito nella selva oscura.

Dante ha piena coscienza che Beatrice è un dono di Maria, infatti l’intera storia d’amore di Dante per Beatrice viene vissuta sotto lo sguardo vigile de “la viva stella/ che là su vince come qua giù vinse”.

Il primo incontro e il primo sorriso di Beatrice, sottolinea Dante,avvenne “in parte ove s’udiano parole de la regina della gloria”, cioè in una chiesa (verosimilmente Santa Maria del Fiore o Santa Maria Novella), dove si stava pregando e cantando  le laudi mariane, così care alla spiritualità del tempo.

 Ed è singolare che, quasi a riscontro con l’inizio della trama di questa storia d’amore, ancora a Maria e alla sua menzione ricorra il poeta quando procede al rito di compianto e di lode sopra Beatrice morta: “Quando lo signore de la giustizia chiamoe questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta virgo Maria,lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata”.

Dante angosciato per la morte di Beatrice, si solleva, contemplando l’apoteosi di lei scortata dagli angeli e immersa nella luce paradisiaca di Dio. Questa prelude all’apoteosi di Maria nel Paradiso (canto XXIII), con Maria scortata da Gabriele danzante e immersa in un mare infinito di luce e melodia, di fronte a cui ogni melodia umana anche la più dolce sembrerebbe un semplice fragore di tuono.  

Dopo questa mirabile visione di Beatrice nella gloria dell’Empireo, Dante scrive che non parlerà più di Beatrice, almeno fino a quando non potrà dire di lei quello che mai è stato detto di alcuna altra donna: parole che paiono un presagio e un indice proiettato verso il Divino Poema.

E’ Maria la fonte del fascino di Beatrice, e la Vita Nova è soltanto preludio, anticipazione, e per usare le  stesse parole di Dante, umbrifero prefazio, di quello che il poeta contemplerà nel fulgore del Paradiso, dove la stessa Beatrice dovrà passare il testimone al Mistico Bernardo, che con la sublime preghiera di intercessione a Maria, il poeta potrà immergersi nel mistero di Dio, il sospiro di tutti gli umani desideri!

Prologo in cielo

Nei versi fra i più grandi e  solenni per intensità tematica e poetica dell’intero poema,  quasi un secondo prologo che introduca l’ultima e più alta parte della seconda cantica (Paradiso canto XXV), Dante ha voluto offrirci l’autentica e vera definizione della Divina Commedia: “Poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra”.

Dante ebbe piena coscienza che la sua opera era ispirata da Dio, un’opera scritta a quattro mani: le mani di Dio e le mani dell’uomo, un poema che si pone sul limitare del tempo e dell’eterno, sul discrimine fra l’umano e l’oltre umano.

Tutto l’ordito della  Divina Commedia si dipana sotto il segno di due sguardi: lo sguardo materno e misericordioso di Maria verso l’uomo Dante smarrito nella selva oscura, da dove tutto prende inizio, e lo sguardo di Dante verso gli occhi  della Regina del cielo, infatti san Bernardo lo inviterà a rivolgere lo sguardo verso Maria perché lo disponga alla immersione e contemplazione del mistero di Dio, l’approdo definitivo dell’intero itinerario di Dante.  “Riguarda omai ne la faccia che a Cristo/più si  somiglia, che la sua chiarezza/sola ti può disporre a veder Cristo”.

Dante, uscito dalla selva oscura, un uomo appena destatosi da un torpore, da un incubo, un uomo che ha fatto esperienza di un mortale naufragio, si aggira in una landa desolata dai colori lividi della morte, ha intravisto un’ancora di salvezza, un colle illuminato dal sole e si sforza di raggiungerlo, ma tre belve gli sbarrano il cammino. Un’ombra si affianca a questo uomo smarrito, un’ombra, che si rivelerà essere il poeta Virgilio. L’antico poeta latino è latore di un messaggio che viene dall’alto. “A te convien tener altro viaggio”,/rispose, poi che lagrimar mi vide,/”se vuo’ campar d’esto loco selvaggio”.

 E di una missione, come rivelerà: “Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno/che tu mi segui, e io sarò tua guida/e trarrotti di qui per lo loco etterno”.

Alle perplessità, ai dubbi, alle paure e alle angosce di Dante, Virgilio rivela l’arcano Prologo che è avvenuto in cielo, che ha Maria come protagonista: “Donna è gentil nel ciel che si compiange/di questo impedimento ov’io ti mando,/sì che duro giudicio là  su frange”.

Queste parole sono pronunciate da Beatrice a Virgilio nel Limbo, spiegandogli che è stata inviata a lui da Maria, la cui “benignità non pur soccorre/a chi dimanda, ma molte fiate/liberamente al dimandar precorre”, come dirà san Bernardo nella preghiera alla Vergine. Grazie a Maria, Dante comincia il suo itinerario verso Dio, visitando l’Inferno e percorrendo il Purgatorio, che possiamo chiamare a ragione la terra di Maria, come vedremo. Lei è la Regina Madre, la Regina Ester del Poema, che può ciò che vuole e che piange con lui per l’impedimento fino a infrangere il duro giudizio di condanna di Dio. Maria chiama Lucia, simbolo della Grazia illuminante, questa va da Beatrice, simbolo della verità e della teologia, e Beatrice va da Virgilio, simbolo della ragione, e Virgilio va incontro a Dante per soccorrerlo e guidarlo nel viaggio inaudito.

 La grazia ha preso il volto di tre donne, “tre donne benedette”. Penetrante il commento di Romano Guardini, che parla di “una santa catena di cuori e delle mani”, delle “tante vive figure della Divina Commedia, che vegliano, guidano, aiutano”

 “Una catena di mani soccorritrici, egli scrive, giunge dall’altezza inaccessibile di Dio fino alla concretezza del luogo, dell’ora e del bisogno di questo uomo particolare. E’ già grazia che Dante non sia perito nei territori della selva. Ciò che egli vi prova, l’esser riuscito come naufrago a raggiungere la riva dello stremo delle forze, è la manifestazione terrestre visibile di una vicenda segreta che dal mistero di Dio giunge a lui lungo la santa catena dell’amore soccorrevole”.

Affascinato dal commento di Romano Guardini,  il cardinale Giacomo Biffi afferma: “La visione teologica di Dante assegna un posto rilevante e privilegiato al principio femminile della salvezza. Senza l’intervento di Beatrice, di Lucia e soprattutto della Vergine Maria, ogni pellegrinaggio al Dio beato e beatificante è concretamente senza speranza, senza il principio femminile di salvezza ogni anagogia ci è preclusa”.

Maria Odigitria, colei che indica il cammino

Dante, destatosi dall’oscurità  del suo torpore, l’esperienza della selva oscura, si risveglia con la coscienza della colpa che esprime per ben due volte con la metafora della “via”: “che la diritta via era smarrita”; “Io non so ben com’i’ v’intrai,/ tant’era pien di sonno a quel punto/che la verace via abbandonai”.

Ma la Vergine Maria, attraverso Lucia e Beatrice, veglia su di lui, e si rivela come la sua “viva stella”, la stella del mattino, la stella polare,che guiderà il poeta nel suo cammino “alto e silvestro”. Come risuonano vere, nell’esperienza di Dante, le parole luminose di san Bernardo di Chiaravalle,a cui il poeta affiderà la preghiera finale nel Paradiso: “E’ Maria quella nobile stella nata da Giacobbe, il cui raggio illumina l’universo intero, il  cui splendore rifulge nei cieli e penetra negli abissi […] Ella è la stella fulgida e unica, necessariamente elevata sul mare maestoso e immenso, splendente di meriti e lucente di esempi.[…]Tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella, se non vuoi essere spazzato via dagli uragani […]Respice stellam, voca Mariam”.

Nell’esperienza di Dante abbiamo un rovesciamento: non è il poeta che, dal profondo dell’abisso, ha rivolto il suo sguardo a questa stella luminosa, ma è un raggio di questa stella non invocata che ha folgorato il poeta smarrito nella oscurità del peccato e della colpa.

Non c’è lettore di Dante che non ricordi una formula piena di mistero, di magia, di sortilegio, quasi un esorcismo che Virgilio, la guida di Dante, pronuncia quando gli oscuri custodi dell’Inferno sbarrano il cammino al pellegrino. Formula reiterata ben tre volte: “Vuolsi così colà dove si puote/ciò che si vuole, e più non dimandare”.

Questa formula, diventata quasi proverbiale nella vulgata, a ben rifletterci, è una risonanza di un verso della preghiera che san Bernardo rivolge alla Vergine Maria nel canto XXXIII del Paradiso, preghiera di intercessione rivolta alla Vergine perché il poeta possa, alla fine del suo viaggio, contemplare il mistero di Dio.  Ancor ti priego, regina, che puoi/ ciò che tu vuoli…”. Con questa formula Virgilio mette a tacere i mostri infernali, è come dire: “Maria lo vuole”. E’ questo “il lasciapassare” per proseguire il cammino, e ogni ostacolo è superato.

Il nome di Maria, come quello di Cristo e di Dio, è sempre taciuto nell’Inferno, il suo cuore di Madre non reggerebbe a vedere tanti suoi figli perduti. Anche a loro aveva mandato una Lucia, una Beatrice e un Virgilio: ma invano! Come non sentire una risonanza della parabola lucana del ricco Epulone e del povero Lazzaro, nella sentenza del padre Abramo: Tra i beati nel cielo e i dannati nell’inferno è stato scavato un grande abisso!

Ma l’identificazione è indubbia, essa è “la donna gentil” che dal cielo si compiange per la sorte di Dante smarrito nella selva oscura, inoltre essa è l’unica creatura che possa infrangere un decreto divino, è la regina del cielo con l’autorità di disporre degli altri beati.

Il nome di Maria nella Divina Commedia compare per la prima volta nel III canto del Purgatorio, il canto della divina misericordia, il canto di Manfredi, quando, Virgilio, lui  simbolo dell’umana ragione, ammonisce gli uomini dalla pretesa di voler indagare gli insondabili misteri di Dio con la sola ragione: “ State contenti, umana gente al quia;/ché, se potuto eveste veder tutto,/mestier non era parturir  Maria”. E’, infatti, attraverso Cristo, germinato nel grembo di Maria che Dio ha voluto rivelarci gli arcani misteri, di fronte ai quali la ragione umana impallidisce.

Nel Purgatorio, il regno della purificazione, che potrebbe, a ragione, essere definito terra di Maria, si intensifica  la  sua presenza benefica; straordinaria è la confessione di Buonconte da Montefeltro nel V canto, peccatore impenitente, che su richiesta di Dante, racconta la sua morte in riva all’Arno, in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Campaldino. Il demonio, il nero cherubino, era già pronto a rapirne l’anima, ma la Vergine Maria, invocata, mentre esalava l’ultimo respiro, mandò dal cielo un angelo a strappare l’anima di Buonconte salvandolo dall’inferno, una scena veramente drammatica. “Quivi perdei la vista e la parola;/nel nome di Maria fini’, e quivi/caddi, e rimase la mia carne sola”.

Dante e Virgilio nella loro salita verso la santa montagna giungono in una valletta cosparsa di fiori primaverili: un gruppo di anime intona il canto del Salve Regina: sono sedute compostamente, dai loro volti traspare la maestà grave e solenne. Sono le anime dei principi, che sulla terra trascurarono la salvezza della loro anima. Ora attendono di essere ammesse alla purificazione. Con questa preghiera esse invocano la Vergine Maria perché possano presto uscire da questo esilio purgatoriale per  vedere presto il volto di Gesù, è una preghiera che ben esprime il desiderio e la nostalgia struggente che esse hanno di salire verso il monte della purificazione. Questa piccola valle pare trasformarsi in un tempio da cui sale il canto grave e solenne che si scioglie tra il profumo degli incensi e i colori tenui della primavera purgatoriale. Sembra di contemplare una miniatura del Beato Angelico.

Le anime purgatoriali non solo pregano e cantano gli inni della liturgia, ma sono anime in ascolto della Parola di Dio. In ognuna delle sette balze purgatoriali, un angelo proclama le sette beatitudini evangeliche; in questa architettura si rivela il  genio teologico e poetico di Dante. La ecclesia purgatoriale è fondata sulla Magna charta delle beatitudini, la cui continua proclamazione e ascolto devoto, diventano lo specchio luminoso nel quale le anime vedono riflessa l’immagine di Cristo, la vera icona di ogni beatitudine.

Ancora un’osservazione: nelle sette balze dove le anime si purificano dei sette peccati capitali, alle anime viene sempre offerto un exemplum positivo, opposto al peccato; l’exemplum viene sempre tratto da una virtù della Vergine Maria. A volte l’exemplum appare scolpito, come un bassorilievo, a volte viene proclamato. Così nella seconda balza, dove le anime si purificano dal peccato dell’invidia, queste anime hanno gli occhi cuciti con il fil di ferro, e quindi non possono vedere, una voce proclama la preghiera che Maria rivolse al Figlio alle nozze di Cana, quando si accorse che il vino si era esaurito, e con quello, la gioia degli sposi e dei convitati sarebbe venuta meno: “La prima voce che passò volando/“Vinum non habent” altamente disse,/e dietro a noi l’andò reiterando”

Dante ci presenta Maria nel Purgatorio non solo come la madre misericordiosa,invocata dalle anime nel Salve Regina, ma soprattutto nella sua funzione di pedagoga delle anime che si stanno purificando dei loro peccati. Maria si offre a queste anime non tanto attraverso  suoi privilegi, quanto attraverso il suo cammino di discepola che, alla scuola del suo Figlio Gesù, ha vissuto le beatitudini, che ora nel regno della purificazione, le porge alle anime che guardano a lei come allo specchio di perfezione evangelica.

Un’ultima osservazione dell’itinerario di Dante per Maria e con Maria: Dante trasvolato in compagnia di Beatrice nel cielo della luna, il primo dei nove cieli, contempla alcuni beati che sembrano trasparire come evanescenti da un terso cristallo. Una di queste anime beate, Piccarda Donati, monaca clarissa, racconta a Dante la sua vicenda, come fu strappata con violenza dalla pace del chiostro per essere data in moglie a un tal Rossellino della Tosa per pura ragione di fazione partitica.  

Ora, qui nel Paradiso, nel cielo della luna, Piccarda ha trovato la pace, quella pace che  uomini violenti  sulla terra le avevano rapito, e che ora Dio le ha restituito, perché “in sua volutade è nostra”,  quella pace, come dice il Manzoni, che il mondo irride, ma che rapir non può:

Le parole con le quali rievoca la sua fugace storia terrena, la sua volontà di consacrarsi a Dio nel chiostro, e la violenza subita, sono appena venate da un sottile velo di malinconia, la violenza subita, la malvagità degli uomini, appena accennate e attutite dal perdono. Questa creatura trasparente che Dante intravede come immagine riflessa nel terso cristallo, ora legge gli umani accadimenti nella luce di Dio, che solo conosce i segreti del cuore.

“Così parlommi, e poi cominciò Ave,/Maria cantando, e cantando vanio/Come per acqua cupa cosa grave”. Piccarda, con il saluto angelico, con l’Ave Maria, offre al poeta il viatico che lo accompagnerà fino alla visione e contemplazione del volto di Dio.

Le parole di Piccarda, l’ultimo frammento di terra nel regno dei beati, sembrano sublimarsi in una leggera e dolce armonia del canto dell’Ave Maria, mentre la sua immagine si dissolve e si scioglie nelle acque nitide e cristalline, così  come era stato il suo apparire. Ave Maria, cantando:è la prima nota musicale dell’angelico pentagramma che prepara all’ascolto contemplativo della divina sinfonia.

Ancora una volta è il nome di Maria la parola d’ordine, il lasciapassare verso la meta ultima del suo itinerario verso il mistero di Dio.

 

Basilica-Santuario Madonna del Colle in Lenola,  25 marzo 2021 Dantedì 

26 marzo 2021, memoria del Battesimo di Dante nel suo “Bel san Giovanni” in Firenze 1266

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


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