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Basilica Santuario della Madonna del Colle



30
Lug
2018

CHI INCONTRA GESU', INCONTRA IL MISTERO D'ISRAELE



CHI INCONTRA GESU', INCONTRA IL MISTERO D'ISRAELE

Vorrei fare memoria con voi, carissimi amici, in questa conversazione, di un incontro, che riletto oggi alla luce di quanto stiamo vivendo, nel clima di una recuperata fraternità con il popolo ebraico, mi appare carico di profezia,  denso di mistero e carico di commozione.

Era la mattina del 13 giugno del 1960, l’anziano professor Jules Isaac, l’autore del libro “Gesù e Israele”, la cui famiglia era stata barbaramente sterminata nella Shoà, faceva il suo ingresso in Vaticano, per essere ricevuto in udienza da papa Giovanni XXIII. Jules Isaac portava con sé il dolore profondo dei secoli, il dramma sconfinato provocato dall’incomprensione e dall’odio, si percepiva in lui l’icona del salmista che sale a Gerusalemme con un canto di lamento:

 

Dalla giovinezza, molto mi hanno perseguitato,

- lo dica Israele -                              

dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato,

ma non hanno prevalso.

Sul mio dorso hanno arato gli aratori,

hanno fatto lunghi solchi (Salmo 129, 1-3).  

 

Jules Isaac era portatore di un messaggio, esortava “i veri cristiani ed anche i veri israeliti”  a uno “sforzo di rinnovamento, di purificazione… a un severo esame di coscienza” contro il  “mito del deicidio” che aveva generato il “mito del castigo e della maledizione”, contro il secolare “enseignement du mepris”, l’insegnamento del disprezzo da parte cristiana, che aveva provocato il martirio ebraico.

L’anziano pontefice, rompendo ogni formale protocollo, faceva rivivere la biblica scena e la commozione dell’incontro e della riconciliazione tra Giuseppe e i suoi fratelli in Egitto:

“Io sono Giuseppe, io sono Giuseppe, il vostro fratello (Anochì Yoseph ‘achivem) … Allora egli si gettò al collo di Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse stringendoli a sé. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui” (Gen. 45, 4-14).

 

L’11 ottobre del 1962 Giovanni XXIII inaugurava solennemente nella basilica di san Pietro a Roma il Concilio Ecumenico Vaticano II, si capì immediatamente che quell’evento sarebbe stato foriero di una nuova primavera della chiesa e non solo  della chiesa. Gli occhi di tutto il mondo erano puntati su quell’assemblea di uomini che portavano ancora il peso dell’immane catastrofe della guerra, ed erano segnati ancora da profonde ferite e da stigmate sanguinanti. Questi vescovi, specialmente quelli della vecchia Europa, avevano vissuto nella loro carne il dramma dello sterminio, la tragedia di  Auschwitz, la cifra del male assoluto.

Quell’assemblea rappresentava la speranza della chiesa e del mondo, si sarebbe fatta carico delle attese e delle speranze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, quelle attese e quelle speranze non sarebbero cadute nel vuoto. Basta un semplice frammento, l’incipit della Gaudium et spes:

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

Parole nuove per un Concilio, parole che rivelano la svolta epocale della chiesa, parole che sembrano risalire da una profonda meditazione, dal silenzio di uomini che hanno saputo ascoltare la voce del dolore e dello Spirito che parla alle chiese, come dice Giovanni nell’Apocalisse.

 

Il 28 ottobre del 1965 i Padri del Concilio approvavano la “Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”, nota come Nostra Aetate. Il capitolo quarto è interamente dedicato all’ebraismo. E’ il primo documento di un concilio che può essere definito “pro Judaeis”, a favore degli ebrei, con esso si chiudeva definitivamente la stagione millenaria “contra Judaeos”, era la spia di un mutamento radicale ed epocale. Sembra di percepire l’ammonimento di Dietrich Bonhoeffer, il quale, mentre infuriava l’odio antisemita nel cuore dell’Europa cristiana, dal pulpito della sua chiesa predicava: “I cristiani non possono cantare il gregoriano se non gridano per gli ebrei, pro Judaeis”, appunto.

“Scrutando il mistero della Chiesa, il Sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei Patriarchi, Mosè e i Profeti”.


Possiamo constatare la prospettiva radicalmente  nuova non solo a livello linguistico e a livello di stile, ma la novità è  soprattutto a livello teologico, a livello di storia della salvezza, a livello rivelativo. I Padri del Concilio non guardano all’ebraismo dall’esterno, come ad una realtà estranea, ma dall’interno della Chiesa stessa, scrutando il mistero della Chiesa, il mistero di Cristo, il mistero della salvezza.

La Chiesa viene percepita nel piano della salvezza, la cui realtà germina nel mistero di Israele, a cui essa è legata da vincoli indissolubili che non possono essere recisi, perché unico è il mistero di Dio.

“La chiesa afferma che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza della chiesa è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo la chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i Gentili.

La chiesa crede, infatti, che Cristo, la nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i Gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso.

Inoltre la chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell’apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua stirpe: “dei quali è l’adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è Cristo secondo la carne, figlio di Maria vergine.

Secondo l’apostolo, gli Ebrei, in grazia dei Padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i Profeti e con lo stesso apostolo la chiesa attende il giorno che solo Dio conosce in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e “lo serviranno appoggiandosi spalla a spalla”. Il Concilio cita le parole del profeta Sofonia.

 

Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo Sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo”.

 

Inoltre la dichiarazione mette fine all’accusa di deicidio, che tanto sangue aveva fatto spargere, mette fine all’accusa della maledizione che gravava su questo popolo nella mitologia cristiana, e condanna ogni forma di antisemitismo.

 

Questo breve paragrafo quarto della Dichiarazione Nostra Aetate diventava lo spartiacque tra il passato bimillenario, caratterizzato dalla polemica e dall’insegnamento del disprezzo e un futuro carico di attese, che ha portato al clima di stima reciproca, condizione di riscoperta fraterna e di dialogo.

Come sottolinea la pagina di Genesi che abbiamo letta a proposito di Giuseppe e dei suoi fratelli:

 

“Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui”. Incomincia così l’era del dialogo.

 

Se noi quest’oggi siamo qui a parlare di Gesù nel cuore del mistero di Israele, lo dobbiamo al cambiamento di prospettiva operato dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Il nostro stare qui è un frutto maturo di quel seme gettato, che ha prodotto un albero carico di frutti, che sta a noi raccogliere e offrire a noi stessi e agli altri come nutrimento spirituale.

Cominciava una nuova stagione, una nuova primavera dopo un lungo gelo di millenni. La chiesa e la sinagoga cominciavano a dialogare, a guardarsi con fiducia e stima. Da parte della chiesa si cominciava a studiare e a riflettere con serenità sulle proprie radici ebraiche, era la riscoperta delle radici sante, di cui parla l’apostolo Paolo nei capitoli 9-11 della lettera ai Romani.

Da parte ebraica si cominciava a riscoprire la figura di Gesù di Nazaret, il maestro germinato dal grembo di Israele.

 

Scrive il cardinal Martini: “La Chiesa, ciascuno di noi, le nostre comunità non possono capirsi se non in relazione alle radici sante della nostra fede e quindi al significato del popolo ebraico nella storia, alla sua missione e alla sua chiamata permanente”.

 

Il 13 aprile del 1986 Giovanni Paolo II compiva un gesto che rompeva l’ultimo tabù, mandava in frantumi l’ultimo brandello di  muro di separazione fra ebrei e cristiani: i gesti rimangono nella storia come pietre miliari e contano più di mille discorsi. Il pontefice entrava nella sinagoga di Roma, dove veniva accolto fraternamente dal rabbino Elio Toaff.

Ho ancora nella memoria l’abbraccio tra i due capi religiosi e lo conservo come il memoriale dei rapporti fra la chiesa e Israele. Chi vi parla ebbe l’impressione che Rabbi Yehoshua (Gesù) di Nazaret, nella persona del pontefice, faceva finalmente ritorno a casa, accolto con gioia, come autentico figlio d’ Israele, dai suoi fratelli in festa. Si rinnovava l’evento accaduto nella sinagoga di Nazaret, come ci viene narrato dal vangelo di Luca: “Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui” (Lc. 4, 20).

 

Credo che in quel momento ogni fedele ebreo abbia recitato in cuor suo la Berachà (Benedizione) che si è soliti recitare quando si incontra un amico che non si vede da molto tempo e si prova un piacere sincero nell’incontro. Questa Berachà  (benedizione) suona pressappoco così:

 “Benedetto Tu, o Signore Dio nostro, re del mondo che ci hai fatto vivere, ci hai mantenuto e ci hai fatto giungere a questo tempo”. Al tempo dell’incontro e della riconciliazione.

Questo tempo, il tempo della grazia, il Kairòs, il tempo visitato dallo Spirito santo, il tempo della riscoperta e dell’incontro, il tempo dell’abbraccio, come direbbe il libro del Qohelet, dopo il tempo della separazione.

In quell’incontro il pontefice proclamò con forza e audacia: “La religione ebraica non ci è estrinseca, ma in un certo modo, è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”.

E sottolineava con forza le parole dell’apostolo Paolo, citate dalla Dichiarazione Nostra Aetate: “Gli Ebrei rimangono carissimi a Dio che li ha chiamati con una vocazione irrevocabile”.

 

Lo stesso pontefice già nel discorso che aveva  tenuto alla comunità ebraica di Magonza il 17 novembre del 1980  aveva dichiarato con parole chiare e nette: “Gesù è ebreo e lo è per sempre… l’eredità spirituale di Israele per la chiesa è un’eredità viva, che da noi cristiani cattolici va intesa e conservata nella sua profondità e ricchezza… Chi incontra Gesù Cristo, incontra l’ebraismo” che io amo tradurre con la seguente espressione: “ Chi incontra Gesù Cristo incontra il mistero di Israele”.

 

Aveva intuito bene Karl Barth, quando affermava: “In definitiva, un solo problema è davvero grande nel campo dell’ecumenismo cristiano: il rapporto con Israele. Il cristianesimo e le chiese devono prima di tutto ricucire lo scisma con la Sinagoga”.

 

“Gesù è ebreo e lo è per sempre. Gesù è pienamente uomo del suo tempo e del suo ambiente palestinese del I secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze. Ciò sottolinea, come è stato rivelato nella Bibbia, sia la realtà dell’incarnazione che il significato stesso della storia della salvezza”, ribadiscono i Sussidi per l’applicazione di Nostra Aetate.

 

Sottolineare e ribadire l’ebraicità di Gesù di Nazaret non è semplicemente un esercizio bizantino, ma è la confessione di fede nel mistero dell’incarnazione: il Verbo eterno di Dio, il figlio di Dio, non si è incarnato in una umanità generica, in un tempo indeterminato, ma si è incarnato in un popolo, in una storia, in una cultura, in una terra ben determinata, insomma Gesù si è incarnato tra gli uomini, assumendo la concretezza umana dell’ebreo.

 

Emil Moreau sottolinea in maniera straordinaria questo mistero dell’incarnazione,traducendo così le parole del prologo di Giovanni:

 

Il Verbo si è fatto ebreo

e ha posto la sua tenda

in mezzo al popolo d’Israele.

 

Charles Peguy in “Le mystère de la charité de Jeanne d’Arc, scrive: “ Gesù fu un ebreo come voi, Ebrei ; popolo che ha ricevuto una grazia immensa…mistero di grazia ; popolo eletto… Era un ebreo, un semplice ebreo, un ebreo tra voi : Lo avete conosciuto…Fratelli della sua stirpe, della stessa discendenza. Su di voi egli ha versato lacrime uniche al mondo. Sulla moltitudine egli ha pianto. Voi avete visto il colore dei suoi occhi; avete udito il suono della sua voce. Voi, della stessa stirpe, per l’eternità…”.

Pensate, questo testo è del 1910! I poeti, quelli veri, spesso sono profeti, con una  intuizione folgorante, con una pennellata, riescono a squarciare il velo del mistero, i teologi arrivano dopo e spesso perdono il treno della storia. “Voi avete visto il colore dei suoi occhi; avete udito la sua voce. Voi, della stessa stirpe, per l’eternità”.

 

Gesù è ebreo e lo è per sempre! Si dirà cinquantacinque anni dopo Peguy. 

 

Scrive Michel Remaud con una formula straordinaria e veramente folgorante: “L’ebraismo non è anteriore a Gesù, gli è interiore”.

In questo clima di fraternità ritrovata, in questa primavera di speranze, in questo rinnovato shalom, si ripete l’evento antico: Giuseppe si fa riconoscere dai suoi fratelli, e i fratelli si riabbracciano nel bacio dello shalom.

 

Ha termine il lungo esilio di due millenni, quell’amaro esilio,  quell’esperienza di estraniazione e di stranierità che aveva fatto versare lacrime di aceto, che accompagnano il lamento del  salmista, lamento fatto proprio da Gesù, figlio d’ Israele.

 

Sono diventato un estraneo per i miei fratelli

un forestiero ai figli di mia madre (Salmo 69, 9).

 

Uno scrittore israeliano poteva affermare con stupore: “E’ finalmente arrivato il giorno che posso riconciliarmi con Gesù, mio fratello”.

E continuava: “E’ importante che Gesù appaia a tutti i nostri fratelli ebrei non come uno straniero, ma quale uno di casa nostra, carne della nostra carne, ossa delle mostre ossa”.

 

Già Max Nordau, stretto collaboratore di Theodor Herzl, il padre del moderno Sionismo, nel 1899 aveva le idee chiare  su questo tema, e così si esprimeva: “Gesù è l’anima della nostra anima… chi potrebbe separarlo dal popolo ebraico?”. Un’affermazione sorprendente in un ebreo laico incallito come Nordau!!!

 Nostra Aetate” era di là da venire. Oggi queste parole ci risuonano profetiche.

 

 Elia Benamozegh, che tenne la cattedra rabbinica a Livorno, verso la fine del 1800, quasi una sentinella del mattino sulle mura di Gerusalemme, scriveva: “Non esiste ebreo degno di questo nome che non si rallegri della grande trasformazione operata dal cristianesimo… Mai la lettura di alcuni passi dei Vangeli ci ha lasciati insensibili; la semplicità, la grandezza, l’infinita tenerezza di cui sono permeate quelle pagine ci sconvolgono nel più profondo dell’anima… Abbiamo coscienza di essere tanto più ebrei quanto più rendiamo giustizia al cristianesimo”.

 

Scrive Martin Buber: “Fin dalla giovinezza ho sentito Gesù quale mio grande fratello. Il fatto che la cristianità lo venera come Dio e redentore mi è apparso sempre una realtà estremamente seria… Il mio rapporto fraterno verso di lui è diventato sempre più forte e più puro, e oggi lo vedo con uno sguardo più forte e più puro che mai. Egli occupa un posto immenso nella storia della fede d’Israele e questo posto non può essere descritto da nessuna delle categorie consuete”.

 

 Scrive Shalom Ben Chorin: “ Gesù è per me un fratello eterno; non solo fratello nell’umanità, fratello nell’ebraismo. Io sento la sua mano fraterna che mi prende perché io lo segua, una mano umana, quella che porta i segni del più grande dolore… E’ la mano di un grande testimone di fede in Israele; la sua fede, la sua incondizionata, la sua assoluta fiducia in Dio Padre, la sua prontezza ad umiliarsi completamente sotto la volontà di Dio, è l’atteggiamento che Gesù ha vissuto per noi e che può unirci, ebrei e cristiani, la fede di Gesù ci unisce…, ma la fede in Gesù ci divide”.

 

Marc Chagall, il massimo pittore ebreo contemporaneo, ha rappresentato la tragedia vissuta dagli ebrei nel Novecento, e culminata nello sterminio di Auschwitz, attraverso l’icona di Gesù crocifisso, la cifra per eccellenza del cristianesimo. Penso in particolare al dipinto più famoso, che va sotto il nome di “Crocifissione bianca” del 1938.

Attraverso la crocifissione, Chagall vuole rappresentare l’ebreo crocifisso, l’ebreo di tutti i secoli. L’uomo crocifisso indossa il talled, il manto della preghiera liturgica ebraica, ai suoi piedi arde la menorà, il sacro candelabro del Tempio di Gerusalemme, sul capo del crocifisso si nota l’iscrizione in lingua aramaica: Jeshu ha-noszrì malchà de-Jeudai. Sullo sfondo la sinagoga in fiamme, soldati con delle bandiere rosse, l’uomo con berretto e sacca, in verde, simbolo dell’ebreo errante, rivolto verso un sefer Torà aperto al suolo e dal quale emana una sorta di fuoco bianco, simbolo della parola di Dio. Un vecchio  schernito dall’infame cartello che lo. denuncia e lo irride come ebreo; un rabbino che fugge con i rotoli della Torà, una donna con bambino. In alto ci vedono profeti che si piegano verso il crocifisso, quasi a sottolineare il dolore cosmico e la catastrofe universale.

 

Gesù e la Shoà

 

Ho l’impressione, ma vi confesso che è solo un’impressione, che nella coscienza cristiana stia maturando, sull’intuizione di Marc Chagall, un seme che potrebbe portare  frutti straordinari, per ora noto soltanto qualche timida voce: nell’ebreo che veniva umiliato, offeso nella sua dignità, conculcato, sterminato ad Aushwitz, era lo stesso ebreo Gesù che veniva offeso e di nuovo crocifisso. 

 

 

Come ho già accennato l’intuizione artistica e poetica precede spesso la riflessione dei teologi. Sia pure in ritardo, mi auguro che la teologia cristiana cominci a riflettere su questa che ora è semplicemente una intuizione.

 

Hanna Krall,  scrittrice ebrea polacca, nata nel 1937, nel libro “La festa non è la vostra”, dove rievoca un orrendo eccidio di ebrei che si erano rifiutati di calpestare i rotoli della Torà, narra un fatto che, a mio parere, può essere letto cristologicamnte.

 

“Kurt Engels, comandante della Gestapo, gli pose personalmente (ad un ebreo) in capo una corona di filo spinato e gli appese al collo un cartello: “Sono Cristo. Izbica è la nuova capitale degli ebrei”. Rideva a crepapelle mentre Leon Blatt camminava con la sua corona per le vie di Izbica”. (Da Hanna Krall, La festa non è la vostra, Giuntina, Firenze1995, pp. 54-55).

 

In quel povero ebreo polacco si rinnovava la passione di Cristo, anzi agli occhi del carnefice era Cristo: “Sono Cristo”, era scritto a lettere cubitali sul cartello che il carnefice nazista gli aveva incollato sul petto. Non ci richiama il cartiglio che Pilato aveva fatto apporre sulla croce di Gesù?.

 

L’intellettuale e grande romanziere ebreo russo, Vasilij Grosmann, rimasto folgorato dalla visione della Madonna Sistina di Raffaello, entrato come corrispondente di guerra al seguito dell’Armata Rossa nel campo di sterminio di Treblinca nel 1945, immagina la Madonna di quel quadro come una giovane donna ebrea con  il suo bambino che camminano scalzi sulla terra smossa, appena scesi da un carro bestiame, che si avviano verso le camere a gas. Ecco le sue parole: “L’ho riconosciuta dall’espressione del suo volto e nei suoi occhi, e ho riconosciuto suo figlio dalla sua espressione insolitamente matura e magnifica…Questo è come le anime delle madri e dei bambini,  dovevano apparire mentre osservavano le mura delle camere a gas di Treblinka, che si stagliavano bianche dinanzi alla foresta di abeti verde oscuro”.

Grosmann sottolinea con forza come l’orrore della Shoà fosse stato originato dal rifiuto dei nazisti di considerare gli ebrei come essere umani. E rileva come la Madonna fosse una donna ebrea e suo figlio un ebreo circonciso: se fossero vissuti nel secolo XX sarebbero stati spediti nelle camere a gas. Il rifiuto di  Hitler di vedere Maria e Gesù come degli esseri umani rappresenta la chiave di lettura interpretativa utilizzata da Grosmann per affrontare la Shoà.

 

Leon Bloy, il peperoncino del cattolicesimo francese del primo Novecento, scriveva: “L’antisemitismo, cosa del tutto moderna, è lo schiaffo più orribile che nostro Signore abbia ricevuto nella sua Passione sempre in atto, è il più sanguinoso e il più imperdonabile, perché lo riceve sul Volto di sua Madre”. (La salvezza viene dai Giudei, Milano, p. 16).

Papa Giovanni XXIII così  avrebbe interpretato la Shoà, cioè cristologicamente.  

David Flusser, noto studioso ebreo di Nuovo Testamento all’università ebraica di Gerusalemme, ha raccolto questa testimonianza straordinaria:“Si racconta che papa Giovanni XXIII, vedendo un film su Auschwitz, allo spettacolo degli ebrei uccisi abbia esclamato: “Hoc est corpus Christi”, questo è il corpo di Cristo. Credo che si tratti di un evento storico. Perché sono parole pronunciate d’istinto. Esprimono una cristologia valida e molto profonda, direi eccezionalmente profonda. Ogni martirio, anche il recente, indicibile, tremendo martirio ebraico, è parte della morte in croce di Cristo. Questo aspetto del corpus mysticum di Cristo, non andrebbe dimenticato, costringe noi tutti, cristiani e non cristiani, a una feconda riflessione”.

(David Flusser, Il cristianesimo, una religione ebraica, Ed. Paoline 19992, pp. 21-22).

 

La Shoà, affermò Giovanni Paolo II nel suo pellegrinaggio ad Auschwitz nel 1979, è stato il Golgota del secolo XX.

Allora il discorso si fa drammaticamente serio: negare la Shoà per un cristiano non è solo un’aberrazione storica e brutale antisemitismo, ma è soprattutto negare la Croce di Cristo, è negare il Corpo di Cristo, è negare il mistero d’Israele che è profezia del mistero di Cristo.
 
Mi congedo da voi, sorelle e fratelli carissimi, con le parole che il profeta Zaccaria scriveva per annunciare l’era messianica (Zac 8, 23),  citate dal nostro Padre arcivescovo Dionigi, nella sua visita alla sinagoga maggiore di Milano, la sera del 30 settembre del 2004, che mi appaiono come l’icona del clima fraterno che stiamo vivendo oggi, anche questa sera: “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti, afferreranno un ebreo per il mantello e gli diranno: vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi”.

 

Voglio concludere con una stupenda citazione dello scrittore ebreo Franz Kafka:

 

“Gesù è un abisso di luce: uno deve chiudere gli occhi per non cascarci dentro”.

 

Termino con un frammento che conclude il Kaddish, la preghiera ebraica, che può essere considerata l’antenata del nostro “Padre nostro”, a cui Gesù si è certamente ispirato.

 

“Colui che nei luoghi eccelsi stabilisce lo shalom,

 nella sua misericordia,

stabilisca lo shalom sopra di noi e sopra tutto il popolo Israele. Amen.

 

Nazareno Pandozi

 

 

 

 

 

 

 

 

  


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