Storia

La chiesa, già collegiata di S. Maria Assunta di Lenola: cenni storici

«E sagliendo più sopra, se ritrova la Terra Vecchia murata, con tre torrioni e due porte, per le quali entrando in essa se ritrovano le strade penninose, anguste e petrose, con le habitationi de’ cittadini incomode e poco assolate per esserno unite di maniera tale che l’una occupa l’altra, e nel più alto di detta terra vi è la chiesa madre antica, consistente in una nave coperta a tetti con soffitto piano, con l’altare sotto il titolo di S. Giovanni e S. Rocco, con uno campanile dove è una campana; et in essa si celebra dalli canonici della chiesa maggiore, ut supra descritta». Con queste poche ma efficaci parole nel 1690 due ingegneri napoletani descrivono la “Terra Vecchia”, il nucleo iniziale del castrum Ynule la cui prima notizia risale alla donazione fatta all’abbazia di Montecassino da Littefredo, duca di Fondi, nel 1072/1073. Con pochi tratti di penna i due periti fotografano il grappolo di case che si addensa sul cocuzzolo del monte intorno alla “chiesa madre antica”, nata all’ombra della torre del castello e dedicata S. Giovanni Evangelista, che nel 1290 aveva subìto un totale rifacimento. Ma nel volgere di pochi decenni, con l’affermarsi della signoria dei Caetani sulla contea di Fondi, lo scettro della primazia passò alla nuova “chiesa maggiore” di Lenola, sotto il titolo di S. Maria Assunta, comunemente detta S. Maria Maggiore. Tale è l’impressione che si ricava leggendo un’inedita pergamena dell’anno 1300 – l’anno del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII (Benedetto Caetani) – restituitaci dall’archivio dell’ex collegiata di Lenola: un gruppo di tre arcivescovi e otto vescovi, tra i quali è il neoeletto Leone di Fondi, concede indulgenze ai fedeli che visiteranno l’ecclesia Sancte Marie de Ynola nelle festività prescritte o le forniranno i mezzi necessari per la costruzione, l’illuminazione, i paramenti, gli ornamenti, i libri e quant’altro possa occorrerle. Sembra di assistere alla fase formativa – o evolutiva – di una istituzione non ancora ben consolidata. Le strutture murarie dell’edificio sono ancora in costruzione e il sito scosceso su cui esso poggia si trova all’esterno della cinta muraria dell’originario castrum Ynule, nell’area di prima espansione dell’abitato, che anche a Lenola i documenti chiamano “il borgo” e che alla fine del Cinquecento era scesa gradualmente fino alla sella in cui sorse la “Piazza”, raggiungendo le contigue zone dette “Ariola” e “Colle”. Al termine di questa fase di sviluppo dell’abitato la chiesa di S. Maria Assunta, da piccolo edificio extra moenia forse retto da un abate (“la Badia”) viene a trovarsi in una posizione baricentrica anche sotto l’aspetto urbanistico, rafforzata dal sorgere, proprio dinanzi a essa, della casa dell’Università, e consolida definitivamente il ruolo di “chiesa madre” che ancor oggi le spetta. Quando, nel 1599, il vescovo Comparini compie la sua visita pastorale nella collegiata, servita dall’arciprete Mariano Floretus e da cinque canonici, erano ancora in corso i lavori di ristrutturazione finanziati dall’università; la cerimonia di consacrazione dell’intero edificio, dell’altare maggiore e di quelli adiacenti, dedicati a S. Giovanni Battista e alla Madonna del Rosario, avvenne il 20 ottobre 1602, con un ritardo di circa un mese, causato dal ritrovamento dell’immagine della Vergine sul Colle ad opera di Gabriele Mattei. All’inizio del XVII secolo la facciata della chiesa, con ampio pronao e torre nolare munita di quattro campane e di orologio, presentava, come oggi, un portale centrale e uno più piccolo sul lato destro, sotto il campanile. L’interno constava di tre navate con transetto e coro: i soffitti dell’aula centrale e del transetto erano a cassettoni, le due navate laterali e il coro avevano coperture a volta. Sulla parete di fondo di quest’ultimo vano, che comunicava con il retrostante cimitero, nel  1599 si ammirava ancora un trittico su tavola, con cornice e “colonne” dorate, raffigurante la Vergine, a destra S. Pietro e a sinistra S. Giovanni (Battista?); l’opera risulta purtroppo dispersa e nel 1690 al suo posto troviamo l’organo. Esisteva già un pulpito di legno, ma mancavano ancora gli stalli del coro e l’organo, che l’Università aveva comunque intenzione di commissionare. Gli altri altari erano dedicati alla Madonna del Carmine, a S. Sebastiano, a S. Pietro, a S. Francesco (o S. Bernardino), di giuspatronato della famiglia Iannucci, e a S. Giacomo, di giuspatronato della famiglia De Matheo. In una stanza annessa alla chiesa aveva la sua sede la confraternita che si dedicava al culto del Santissimo Sacramento conservato sull’altare maggiore, mentre la confraternita di S. Giovanni Battista era insediata presso l’altare omonimo, ornato da una statua del Santo, e quella del Rosario presso l’altare su cui era esposto un quadro con cornice dorata raffigurante la Vergine con i misteri del Rosario. L’Apprezzo compilato alla fine del Seicento ci racconta che la chiesa madre si era arricchita di altri arredi: sull’altare maggiore, munito di una balaustra di cipresso, si vedevano le statue dei santi Pietro, Paolo, Lorenzo e Stefano con le rispettive reliquie; il coro era fornito degli stalli e dell’organo. A destra dell’altare maggiore, la cappella del Rosario, decorata da stucchi e pitture a fresco, mostrava sull’altare – anch’esso stuccato – una statua dell’Assunta. La decorazione a stucco dava l’impronta anche ai due altari dello Spirito Santo e di S. Giovanni Battista, situati a sinistra di quello maggiore. Nelle navate si notavano quattro altari, due per parte, uno dei quali dedicato a S. Carlo Borromeo. Il numero dei canonici che coadiuvavano l’arciprete nelle funzioni di culto era salito a sei, dai cinque del 1599. I recenti lavori di restauro hanno condotto alla riscoperta di non poche stratificazioni succedutesi durante la lunga vita della chiesa madre, sia nelle parti strutturali, sia nell’arredo, come gli sconosciuti frammenti lapidei provenienti dalla spoliazione della soppressa abbazia di S. Magno, che vanno ad aggiungersi a quelli tradizionalmente noti. Tra essi è d’obbligo segnalare l’epigrafe in cui il famoso generale Prospero Colonna, nuovo signore della contea di Fondi, al culmine della gloria rende noto ai posteri di aver finanziato la ricostruzione dell’abbazia, dove spera di trovar riposo al termine della sua vicenda terrena. (G. Pesiri)

Opere artistiche più pregevoli conservate nella Chiesa Parrocchiale

L’Artistico coro ligneo(restaurato nel 2010)  fu qui trasportato dal Monastero di S. Magno in Fondi nel 1807 allorché, in virtù del decreto di Giuseppe Bonaparte che sopprimeva l’ordine degli Olivetani, il convento restò deserto. Di pregevolissima fattura, databile tra il XVII e XVIII secolo, è formato da sette stalli  e da un segmento di  inginocchiatoio, costituito da balaustre sagomate che reggono un cornicione. Le spalliere del coro sono suddivise da lesene, decorate con motivi vegetali, mentre i primi due stalli di sinistra sono sormontati da due teste alate. Dal Monastero di S. Magno proviene anche l’ingresso principale, con architrave scolpito. Assai pregevoli erano le due acquasantiere, purtroppo trafugate,  risalenti al XVII secolo, poste ai due lati dell'ingresso principale della chiesa. La pala d’altare, restaurata nell’Anno del Giubileo del  2000, raffigura la Vergine con bambino tra angeli, l’ipostazione iconografica richiama la famosa Salus populi romani conservata nella Patriarcale Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Il tempio in alto è chiuso da una volta a botte, le cui decorazioni sono andate perse durante gli eventi bellici della II guerra mondiale. Sul transetto si conserva un quadro raffigurante la Vergine che offre a devoti personaggi lo scapolare, un altro quadro si conserva nell’ufficio parrocchiale e raffigura San Carlo in orazione davanti al Crocifisso. Entrambe le tele restaurate di recente sono di autori ignoti e sicuramente sono state commissionate da Confraternite esistenti all’epoca nella Parrocchia.  La navata di destra: conserva, due quadri, uno dedicato alla Madonna della Civita (XIX secolo), l'altro, sicuramente più interessante da un punto di vista iconografico, raffigura la Vergine e le Anime dei Purgatorio, anch’essi di autori ignoti sono stati di recente restaurati. Nella Cappella patronale di San Giovanni Battista è collocato  il fonte battesimale opera di artigianato locale in pietra del XVII secolo. Nella Cappella vi sono stati eseguiti interventi importanti, sotto il profilo artistico ed architettonico. Sono stati  ripristinati, con lungo e delicato restauro, i pregevoli stucchi barocchi, che riannodano l’altare del Santo Patrono di Lenola alla volta della cappella. Dalle pareti sono apparsi due lacerti di affreschi raffiguranti il protomartire Stefano e il Diacono San Lorenzo. Un antico pluteo marmoreo a disegni geometrici, proveniente dall’Abbazia di San Magno, conservato anticamente nella navata sinistra, come fronte di altare minore dedicato ad una santa oggi fa bella mostra di sé come altare maggiore della celebrazione eucaristica. Subito vicino alla sagrestia troviamo un pregiato quadro del Crocifisso, copia della famosa opera dell’artista Guido Reni conservata nella Basilica di san Lorenzo in Lucina a Roma. La Chiesa conserva altre opere pittoriche, vasi e paramenti sacri preziosi tanto da poter parlare di un vero e proprio tesoro. La Cappella del SS.mo Sacramento attualmente in fase di restauro sta rivelano suggestive sorprese dal punto di vista dell’apparato iconografico fin’ora rimasto nascosto sotto una coltre secolare di ridipinture.
Un capitolo a parte merita l’archivio storico della Parrocchia: formato da pergamene, manoscritti, registri, e altre carte. Il documento più antico conservato risale al 1300.
La Soprintendenza archivista del Lazio ha dichiarato l’archivio di interesse storico nazionale e l’ha posto sotto la propria tutela.  Da alcuni anni è iniziato il riordino dell’archivio e il restauro dei documenti maggiormente deteriorati. Terminata l’opera di riordino e classificazione dei documenti l’archivio potrà essere aperto agli studiosi.  

Chiesa succursale di San Bernardo Abate e altre chiese

Situata nella frazione di Vallebernardo la Chiesa di San Bernardo fu aperta al culto nel 1956 per lo zelo e l’instancabile opera pastorale del compianto arciprete parroco Mons. Francesco Musella. La chiesa completamente restaurata nel 2006 è composta da un'unica navata con un altare centrale. Sopra l’altare vi è una pala, opera del XIX sec,  raffigurante S. Bernardo che indica con la mano sinistra il Santuario della Madonna del Colle; a destra del quadro è raffigurato il paese.  Pregevoli i quadri delle stazioni della Via Crucis, datate XIX sec., provenienti dalla chiesa parrocchiale.
Annessi alla chiesa troviamo il campanile, la sacrestia, e le aule per le attività di catechesi e oratorio. La chiesa è officiata nei giorni festivi quale succursale della parrocchia per gli abitanti della contrada.  Altre chiese sul territorio aperte al culto e officiate solo occasionalmente sono: la Chiesa di San Giovanni Evangelista nel centro storico del paese, la Chiesa della Madonna del Campo nella contrada di Ambrifi, la Chiesa delle Benigne Grazie in contrada “Camminate”; la  Chiesa della Madonna del Latte nella contrada omonima.

Seguici su Facebook

libreriadelsanto.it

Iscriviti alla newsletter!


Il santuario sui social network

seguici su facebook
segui il canale youtube

Info e contatti

Piazzale Santuario - 04025 Lenola (LT) - Italy
Tel/Fax 0771/598396 – 0771/589030